Le cose che ho non fatto
Cronaca di una morte e risurrezione
Morire è doloroso. A meno che non si muoia con un colpo secco. In quel caso, ma solo in quel caso, è probabile che il dolore venga dopo, appena subito dopo. Se viene dopo, il dolore, non trova più nessuno ad aspettarlo. Ha fatto tardi. Magari si potesse morire senza dolore.
Mi chiamo Arturo…
e ad un certo punto della mia vita, ho deciso di morire.
E l’ho deciso subito dopo aver compreso che toccare il fondo non basta.
Ho troppo spesso confuso la realtà con la costruzione di essa che ogni giorno, con pazienza e metodo, con ostinata e cieca testardaggine, ho costruito. Mi sono raccontato una esistenza che non esisteva, che avrei forse voluto e desiderato. Mi sono raccontato troppo spesso bugie e la cosa paradossale e triste insieme è che ci ho creduto. Ho creduto di essere e invece semplicemente non ero.
Fare i conti con la propria esistenza è un pegno che prima o poi tutti dobbiamo pagare. Il processo è complesso. Serve una lucidità che sfiora la pazzia, perché in fondo, ma molto in fondo, sappiamo che a giocare con la nostra esistenza possiamo farci del male.
Bisogna poi volare, alzarsi nell’aria, su, sempre più su. Su dove non si sente più l’aria di casa, dove non arriva la voce dei bambini, dove la solitudine è l’unica compagna, ma soprattutto tanto su da poter guardare le cose così da lontano da poterle finalmente vedere e riconoscerle per quelle che sono.
Ad un certo punto, ho iniziato a volare. Osservavo da su la mia esistenza. Mi sono armato di foglio e penna e ho iniziato a fare i conti, sommando i successi e le sconfitte, trovando giustificazioni, scuse, colpe e ragioni. Ho annotato le opportunità rubate, le occasioni sprecate, i giuramenti non mantenuti, le promesse tradite. E pian piano ho raggiunto la consapevolezza che il fondo era stato toccato, che la misura era colma, che il latte era stato versato. Mi sono accorto che non ero quello che credevo di essere, o che avrei voluto essere. Finalmente e tragicamente mi sono visto per quello che realmente ero.
Mi chiamo Arturo…
e sono un architetto designer, o meglio, lo ero. Di quelli che si occupano del cucchiaio e della città, passando per la grafica, il web, la grafica del web, la casa e il catasto, la montagna di cose fatte e soprattutto di quelle non fatte. Ho lottato contro i committenti ciechi e sordi, gli sfruttatori del mio estro e le loro bizzarre pretese, le scorribande nel mercato del lavoro, le mie tenere incapacità e le tenaci notti insonni.
Il processo di comprensione della mia condizione esistenziale non si è svolto senza dolore: la consapevolezza è dolore.
Dolore bruciante, che mette ansia e che non fa dormire, che rimette in gioco una vita.
Dolore rosso fuoco.
Dolore umido di lacrime.
Dolore/rumore che assorda.
Dolore sirena che grida un allarme.
Lo spirito di conservazione mi ha suggerito la cura contro il mio dolore. Se è vero che si può risorgere, è vero anche che per farlo è necessario ed inevitabile prima morire.
La morte è allora l’unica via di salvezza. Dopo la morte c’è un silenzio che mette pace, che fa riflettere.
Un silenzio che azzera, spiana, illumina senza contrasti, rasserena, ovatta, sfoca.
Dopo la morte il silenzio. E dopo il silenzio, quando il processo di comprensione che conduce alla morte è stato realizzato, si può finalmente risorgere a vita nuova, in una Pasqua individuale, seriamente e drammaticamente individuale e soprattutto laica.
Le cose che ho “non fatto” sono un elenco di tutto ciò che avrei, nelle mie volontà, fatto, ma che tanti motivi avversi ne hanno pregiudicato la loro realizzazione. Le cose che ho “non fatto”, sono in pratica i miei fallimenti.
Comprendere a fondo cosa ho “non fatto” costituisce la massima consapevolezza del tragico. Tale massima consapevolezza è la morte. Ho accettato il mio limite, ho preso coscienza delle mie incapacità e dei miei fallimenti. Le cose che ho “non fatto” sono la sconfitta ed il fallimento come punto di arrivo e di conseguenza la rinascita come ottimistico punto di ri-partenza.
Il percorso è stato doloroso, perché non si muore senza dolore, ma drammaticamente necessario.
Dopo la morte sono rinato.
Mi chiamo Arturo…
e ora sono
Più consapevole di prima.
Più forte di prima.
Con tanta voglia di fare tante e tante e tante altre cose da costruire.
Un nuovo me.
Un nuovo Io.
Un altro Io.
Ion.
